Non chiamateci “mammi”. La carica dei papà, tra famiglia e carriera

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Non chiamateci “mammi”. La carica dei papà, tra famiglia e carriera

L’ultima, in ordine di tempo, è stata l’astronauta Samantha Cristoforetti. «Torno nello spazio, ai bambini ci pensa il papà», ha affermato AstroSamantha, dimostrando nei fatti che una dinamica familiare diversa è possibile. Anzi, è sempre più necessaria sia per favorire una maggiore partecipazione delle donne alla vita lavorativa, sia per consentire ai papà di vivere appieno la loro dimensione genitoriale, senza pregiudizi e limitazioni legate alla professione. 

Ma, per far sì che i conti tornino, servono due elementi: cultura e strumenti. Il primo è forse il più ostico da modificare, richiede sforzo, determinazione ed esempi positivi che possano fungere da ispirazione. Il raggiungimento di una piena parità in ambito lavorativo, infatti, è possibile solo se anche la vita familiare è gestita con equilibrio e con supporto reciproco. Ancora troppo spesso, infatti, sulle donne gravano i principali compiti di cura – sia per i figli che per i genitori anziani -, impedendo di fatto la loro piena realizzazione a livello occupazione. Se a questo poi si aggiungono le convinzioni autolimitanti frutto di una cultura che da sempre ha visto le donne «angeli del focolare», ritenute poco adatte a una carriera da leader o a determinate mansioni (si pensi alla questione STEM di cui abbiamo parlato qui), si comprende come mai – anche nel 2022 – sia indispensabile introdurre misure che possano facilitare questo cambiamento. Il secondo elemento chiave, come si diceva, sono infatti gli strumenti: legislativi, in primis.

Partiamo dal congedo parentale, ovvero dal periodo di astensione dal lavoro che spetta per diritto a entrambi i genitori. In Italia, parliamo di circa 10 mesi, fruibili entro i 12 anni di vita dei figli, ma con un’indennità economica di circa il 30% della retribuzione, che ne disincentiva di fatto la richiesta. Secondo le analisi dell’OCPI (Osservatorio sui Conti Pubblici Italiani), tra il 2015 e il 2019 circa 320mila dipendenti del settore privato hanno beneficiato del congedo parentale; di questi, in media, l’82% erano donne. Gli uomini, però, sono in aumento, passando nello stesso periodo dal 15 al 21%. Un trend in crescita, ma ancora molto – troppo – lento. Tra i 36 Paesi membri dell’OCSE (Organizzazione per la Cooperazione per lo Sviluppo Economico), infatti, l’Italia si posiziona tra quelli che meno incentivano il congedo parentale.

 

Qualche passo avanti è stato fatto, invece, con il congedo obbligatorio di paternità. Tale misura, introdotta in Italia solo nel 2012 sotto la spinta della Direttiva Europea, inizialmente prevedeva il congedo di un solo giorno di astensione dal lavoro, che negli anni è stato progressivamente allungato. La legge di Bilancio per l’anno 2022 ha stabilito 10 giorni di congedo obbligatorio fruibile dal padre entro il quinto mese di vita del bambino, anche in via non continuativa, con una retribuzione pari al 100%. A questo si aggiunge il congedo facoltativo, previa decisione della madre lavoratrice di non fruire di un giorno di congedo di maternità. Attenzione, anche in questo caso torna con urgenza la questione culturale: è fondamentale, affinché questi strumenti possano essere fruiti con serenità, in vista – si spera – di una loro ulteriore estensione, che i papà siano pienamente consapevoli dei loro diritti e si sentano liberi di esercitarli. Ergo: che sappiano rivendicare con orgoglio un’astensione temporanea dal lavoro non per malattia o per altri impedimenti, ma – semplicemente e serenamente – per prendersi cura dei propri figli.

E nel Gruppo Alperia? Nel 2021, il congedo parentale è stato usufruito dal 100% delle donne e dal 95% degli uomini aventi diritto, con il 100% di rientro al lavoro entro i tempi stabiliti. Complessivamente, parliamo di oltre 16 mila ore di congedo utilizzate dalle donne e oltre 5.000 dagli uomini (tra allattamento, congedo parentale, maternità e paternità obbligatorie). Sono numeri che ci fanno ben sperare e ai quali affianchiamo diverse misure di conciliazione, come orari flessibili, smart-working e strumenti di supporto alla genitorialità (es: la contribuzione per microstrutture).

«Ho approfittato da subito dell’opportunità del congedo di paternità. Credo che questo sia semplicemente un arricchimento per i papà», «Ho potuto trascorrere molto più tempo con i miei bambini», «mio figlio ha imparato a camminare con me, è una cosa che mi rimarrà dentro per sempre»: sono le parole di alcuni dei papà di Alperia.

Parole che ci spingono a proseguire in questa direzione, contribuendo alla realizzazione della piena parità, così come previsto dall’Obiettivo di sviluppo sostenibile n. 5 dell’Onu. Ogni anno, infatti, Alperia rinnova la certificazione Family Audit, assegnata dall’Agenzia per la famiglia della Provincia Autonoma di Bolzano e della Camera di Commercio. Un marchio che comprova gli sforzi fatti nella conciliazione tra vita privata e lavorativa del personale. Questo, con la convinzione che un modello più equilibrato e basato su una forte cultura della parità di genere, possa favorire anche l’attività lavorativa. Esattamente, come dimostrano gli esempi del Nord Europa: in Norvegia, ad esempio, i papà possono beneficiare di quasi un anno di congedo con 46 settimane pagate al 100% o 56 settimane all’80%, mentre in Svezia ogni genitore ha diritto a 12 mesi di congedo da condividere. Del resto, come ricorda anche uno dei nostri collaboratori: «Fare carriera vuol dire anche essere un buon padre».

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