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L'impatto zero non esiste
10.07.2023
- 2 min

“L’impatto zero non esiste. Vi spiego perché”

L'impatto zero non esiste
L'impatto zero non esiste
L'impatto zero non esiste

Intervista alla professoressa Ada Rosa Balzan

«Amico dell’ambiente», «100% naturale», «a impatto zero». Sono le espressioni più comuni per raccontare una sostenibilità che non esiste. Le voci ingannevoli del green washing. Un tema che Ada Rosa Balzan, esperta e docente di strategie di sostenibilità in varie università e business school italiane, affronta di petto con il suo ultimo libro, intitolato, non a caso: «L’impatto zero non esiste».

Professoressa Balzan, perché ha scelto questo titolo?

«Volevo dare un messaggio molto chiaro, che è ben noto a chi si occupa professionalmente di sostenibilità, ma che invece sfugge spesso ai consumatori e alle consumatrici. Molte volte troviamo una formula come questa riportata come claim su prodotti e servizi che si professano “green” senza esserlo davvero. Attenzione: l’impatto zero non esiste, in senso stretto, semplicemente perché ogni scelta genera un impatto. Parlando emettiamo CO2, utilizzando l’auto per andare al lavoro generiamo emissioni, acquistando un oggetto generiamo un impatto. In sintesi, ogni nostra azione, per il semplice fatto di essere al mondo, crea un impatto sociale, oltre che ambientale. Esistono, però, buone intenzioni e buone governance volte a minimoizzare gli impatti negativi».

Cosa possiamo fare per ridurre la nostra impronta?

«Dobbiamo anzitutto conoscere gli impatti che generiamo: la sostenibilità è una scienza esatta, perciò passa attraverso delle misurazioni. Dobbiamo darci degli obiettivi di miglioramento e dei valori da seguire. La prima sentenza italiana di green washing ha proprio sottolineato l’importanza della misurazione della sostenibilità: dobbiamo prima fare e poi comunicare».

Può spiegarci nel dettaglio le quattro “C” che devono accompagnare l’azienda nel processo di sostenibilità di cui parla nel libro?

«Certo, sono: capire, costruire, concretizzare e comunicare. È questo l’approccio più corretto da adottare per iniziare un percorso di sostenibilità. Come vedete, la comunicazione è solo l’ultimo step. Anzitutto, dobbiamo capire».

Ma come possiamo orientarci tra le tante certificazioni disponibili?

«Dobbiamo adottare degli standard riconosciuti internazionalmente, come gli ISO, perché solo così potremo diffondere la cultura della sostenibilità, ma non esiste una certificazione che valga a 360 gradi e la difficoltà forse è proprio questa. Perciò, alle aziende consiglio sempre di partire da un check up interno: chiedetevi come gestite il personale, quali consumi avete e come li mappate, come comunicate con gli stakeholder, che tipo di ritorni generate sul territorio. È un percorso impegnativo e spesso le aziende si spaventano, ma è importantissimo farlo. Solo in un secondo momento potremo capire qual è la certificazione che fa per noi e come fare per ottenerla. Infine, ricordatevi del bilancio di sostenibilità, uno strumento chiave per monitorare, comunicare e coinvolgere».

Sostenibilità e profitto per le aziende possono andare di pari passo?

«La chiave in questo caso è capire che un’azienda che fa sostenibilità passa dal termine profitto a quello di prosperità, una ricchezza condivisa che abbraccia tutti gli stakeholder e si spalma su tutto il territorio circostante, legandosi al valore degli intangibili. I ritorni ci saranno senza dubbio anche a livello economico, solo che quello in sostenibilità è un investimento che si ripaga nel medio – lungo periodo. Un prodotto sostenibile è qualitativamente superiore e questo genera un maggior valore percepito anche da parte della clientela».

In questa fase di inflazione, crisi e incertezza generale, c’è il rischio che l’impegno sugli ESG possa venire in secondo piano?

«Lo dicono in tanti, ma io credo sia vero il contrario. Proprio in questa fase, la sostenibilità è fondamentale per avere accesso al credito con tassi migliorativi. Fare un’analisi della sostenibilità significa gestire meglio i rischi, presidiarli accuratamente. E questo vale moltissimo per le aziende ed è un punto di grande attenzione anche per il mercato degli investimenti. Inoltre, il Covid ha paradossalmente accelerato la corsa verso la sostenibilità: prima per le aziende era un “nice to have”, mentre adesso è a tutti gli effetti un “must have”. Anche le supply chain, infatti, sono monitorate sulle performance Esg».

Ma ne siamo veramente consapevoli in Italia?

«In Italia crediamo che la sostenibilità sia prevalentemente di tipo ambientale, ma in realtà non è così. Sono le attività antropiche a pesare di più. Pensate che secondo il Sustainability Accounting Standards Board, l’organizzazione che realizza standard contabili di sostenibilità, punto di riferimento anche per fondi come Black Rock, su 26 tematiche monitorate, solo 6 sono ambientali, le restanti si dividono in 10 di governance e 10 sociali. Questo stravolge la percezione italiana».

Lei insegna in molte università: come stanno cambiando le professionalità legate alla sostenibilità?

«Anni fa, quando dicevo che le aziende avevano bisogno di un o una sustainability manager, in pochi mi davano credito. C’erano già le figure di energy manager e CSR manager nelle imprese e si pensava che queste bastassero. In realtà, si è compreso che non è così. Il o la sustainability manager è essenziale per la gestione quotidiana e strategica della sostenibilità in azienda: è una figura che ha competenze sui rischi reputazionali e finanziari, sugli impatti ambientali, sulle strategie dell’impresa. È, senza dubbio, uno dei lavori del futuro».

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