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Cose del passato che erano più sostenibili
28.03.2024
- 3 min

Cose del passato che erano più sostenibili

Cose del passato che erano più sostenibili

«Studia il passato se vuoi prevedere il futuro», diceva Confucio. Niente di più vero: se volessimo costruire un futuro più sostenibile, guardare al “tempo delle nonne” potrebbe essere un’ottima idea.

La sostenibilità era un dato oggettivo, non fatto di proclami, ma di comportamenti concreti dettati da uno stato di necessità, senza dubbio, ma anche da una maggiore consapevolezza rispetto al valore delle cose. Cose che erano limitate e, in alcuni casi, uniche. Per tanto, da conservare con amore. Basti pensare ai vestiti: riciclo e riuso erano parole d’ordine, così come il rammendo. I vestiti si passavano tra fratelli, parenti, amici, in una forma ancestrale di sharing.

Il fast fashion non esisteva, nulla era fast, in verità. Anche “l’andare” contemplava un senso di moto e al tempo stesso di attesa: in assenza di e-commerce, l’unico modo per acquistare qualcosa era spostarsi, a piedi o in bicicletta, fino alla bottega più vicina, con i tempi che uno spostamento di questo tipo – quindi, lento – richiedeva.

E proprio nello spazio di quel tempo dilatato si coltivavano relazioni. Relazioni che potevano, in alcuni casi, tramutarsi in occasioni: recarsi dal lattaio per acquistare il latte rigorosamente in vetro, o all’ortofrutta, per tornare a casa con una cesta piena di verdure coltivate a chilometro zero, era un modo per fare comunità e riscoprire il senso del vivere in prossimità. Da quelle verdure nascevano, poi, pranzi speciali: non tanto nelle quantità, quanto piuttosto nelle qualità. Manicaretti deliziosi che in nessun modo dovevano andare sprecati: il cibo avanzato diventava ingrediente di nuove preparazioni per i giorni a venire. E ad accompagnare ogni pasto: un calice di vino di propria produzione o un dissetante bicchiere di acqua, anche questa conservata in brocche di vetro (altro che plastica).

Gratitudine

Ma soprattutto, ognuna di queste azioni contemplava la gratitudine. Un gesto oggi associato prevalentemente alle culture orientali e invece, un tempo, profondamente radicato anche alle nostre latitudini. Essere grati per il cibo, per il calore di un’abitazione o per il conforto di un letto, ma soprattutto per la libertà conquistata faticosamente con le guerre, era un valore primario dal quale discendevano comportamenti tutt’altro che consumistici. «Avevamo poco, ma quel poco ci rendeva felici» – ammettono le nonne di tutto il mondo, restituendo così l’essenza del minimalismo, senza manuali o tutorial su YouTube. Un’essenza diluitasi progressivamente nel tempo, sotto i colpi di una logica che ha portato a non riparare ma a buttare, a sprecare più che a conservare, a correre senza mai arrivare. Un moto perpetuo dalle controindicazioni note ma a lungo ignorate: la distruzione dell’ambiente e, di conseguenza, delle generazioni che verranno.

E se per scrivere un futuro più sostenibile bastasse voltarsi indietro? Se recuperassimo gli insegnamenti delle nonne e anziché accelerare, rallentassimo?

La storia insegna, se siamo disposti a imparare.

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