Chiudi
Cerca nel sito
crisi climatica
05.06.2023
- 9 min

Crisi climatica. Quale potrebbe essere il nostro futuro se agissimo subito?

crisi climatica
crisi climatica
crisi climatica
Copyright Daniela Brugger_©daniela-brugger

Intervista con l’esperto del clima Georg Kaser

La crisi climatica è una minaccia reale. Giorno dopo giorno ne vediamo gli effetti e anche nella nostra vita quotidiana possiamo constatare i cambiamenti climatici in atto. Davvero non abbiamo più alcuna possibilità di cambiare qualcosa? Noi di Alperia crediamo di sì e ne abbiamo parlato con Georg Kaser, professore emerito dell’Istituto di Scienze Atmosferiche e Crittografiche dell’Università di Innsbruck, studioso del clima e della criosfera e più volte lead author del Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC). “Non arrendersi, restare uniti e agire alla svelta” è il credo di Kaser. Se modifichiamo il nostro modo di pensare, attivandoci subito, il nostro pianeta può ancora cambiare in meglio. Conseguenze dei cambiamenti climatici, perdita di biodiversità e disuguaglianza sociale: sono queste le aree nevralgiche su cui dobbiamo agire.

Come sta il nostro pianeta?

Non bene, e per diversi motivi. Alla base di tutto c’è il modo in cui la nostra società occidentale ha gestito la propria economia negli ultimi duecento anni. Con il suo stile di vita ha modificato la superficie terrestre e l’atmosfera causando il surriscaldamento globale, sta sprecando le risorse più velocemente di quanto il nostro pianeta sia in grado di reintegrare e distrugge gli ecosistemi. E tutto questo è inquietante perché sta a indicare che non disponiamo più di meccanismi di protezione adeguati contro l’avanzare dei cambiamenti climatici e contro le malattie. Non meno inquietante poi è il degrado che si manifesta ovunque a livello sociale.

Che cos’è il limite di 1,5 gradi? È già stato raggiunto o superato? Quando si sarebbe dovuto raggiungere secondo i calcoli?

Nell’Accordo sul clima di Parigi del 2015, praticamente tutti i Paesi del mondo si sono impegnati a raggiungere l’obiettivo di mantenere l’aumento della temperatura globale dovuto all’effetto serra antropico entro i limite di 1,5°C rispetto ai valori preindustriali (media tra il 1850 e il 1900) e a non superare in nessun caso la soglia dei 2°C. Attualmente siamo a +1,2°C e, stando ai ritmi con cui il riscaldamento avanza attualmente, il valore di 1,5°C sarà superato entro il decennio corrente e quello dei 2°C nel giro di circa due decenni.

L’obiettivo di 1,5°C è ancora raggiungibile, ma, ai tassi attuali di emissioni a livello globale, la concentrazione di gas serra nell’atmosfera raggiungerà un livello tale da riscaldare la terra di oltre 1,5°C entro il 2030. Più in fretta e più drasticamente ridurremo le emissioni da qui al 2030, più a lungo potremo portare le emissioni a zero in modo ordinato dopo tale data. Ogni anno di ulteriore ritardo ridurrà questo margine d’azione.

Il fatto è che il cambiamento climatico avanza a passi da gigante, più rapidamente di quanto avessimo previsto anche solo pochi anni fa.

Uno o due gradi in più non sembrano poi molti. Quindi perché dovremmo preoccuparci?

Dire „nella mia città ci sono solo due gradi più di prima“ è solo la punta dell’iceberg. Di fatto stiamo cambiando il contenuto energetico totale del sistema climatico e la temperatura media globale della superficie terrestre dà la misura di questo fenomeno. Circa il 90% dell’energia (calore) che immettiamo nel sistema climatico con l’aumento dei gas serra finisce negli oceani. Se così non fosse, la temperatura della terra sarebbe già salita a 36 gradi, non “solo” aumentata di 1,2 gradi. Ma questo non è senza conseguenze per gli oceani: pensiamo ad esempio alla morte delle barriere coralline, ai cambiamenti nelle correnti oceaniche e all’aumento del livello dei mari dovuto all’espansione termica dell’acqua marina. Inoltre, il riscaldamento sta provocando lo scioglimento dei ghiacciai e delle calotte glaciali ai poli e questo contribuisce, a distanza di tempo ma in misura massiccia, all’aumento del livello dei mari. Tutto ciò comporta anche cambiamenti nei modelli di circolazione atmosferica, che a loro volta hanno un’ampia varietà di effetti, come gli eventi estremi che recentemente si sono manifestati in modo più violento e persistente. È una somma di fattori a cui si fa riferimento quando si parla dell’aumento della temperatura media globale.

A quale valore l’aumento di temperatura segnerebbe il punto di non ritorno?

Al ritmo attuale ci stiamo avviando verso un mondo che alla fine di questo secolo sarà più caldo di 2,5-3°C rispetto a oggi. Molti sono convinti che questo sia anche gestibile, non considerando che dopo tale soglia il riscaldamento continuerebbe ad aumentare in modo brusco e che a quel punto vaste regioni della terra diverrebbero inabitabili e non più coltivabili a causa delle ondate di calore letali, della massiccia estinzione di specie ed ecosistemi e dell’innalzamento del livello dei mari. Inoltre, il pericolo di un punto di non ritorno si profila molto prima, probabilmente tra 1,5 e 2 gradi. Il motivo è lo sconvolgimento dei singoli sottosistemi: lo scenario più evidente è quello del permafrost artico. Quando questo inizierà a scongelarsi, verranno rilasciate enormi quantità di gas metano, di cui circa 1/3 rimarrà nell’atmosfera sotto forma di CO2 per 3.000-10.000 anni, un tempo lunghissimo. E a quel punto avremo perso la partita. Non sappiamo quando questo avverrà, ma potrebbe accadere ad ogni ulteriore aumento della temperatura, anche di un decimo di grado. Segnali di evidenti criticità si osservano in tutti i sistemi ambientali: l’instabilità dell’Antartide occidentale e di gran parte della calotta glaciale della Groenlandia – con il conseguente innalzamento del livello del mare di diversi metri – o il rallentamento della Corrente del Golfo, sono alcuni esempi. Sono quarant’anni che si parla di queste bombe a orologeria. E ora il ticchettio si fa sempre più veloce.

Il Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico (IPCC) aveva già calcolato nel 1990 l’attuale aumento della temperatura. L’intera comunità scientifica ne parla da decenni ed elabora concreti scenari climatici, i politici di tutto il mondo partecipano a vertici sul clima firmando accordi, i giovani manifestano nelle piazze e le aziende si contendono lo slogan più green. Per quale motivo, secondo Lei, non abbiamo agito prima?

Ci sono in gioco gli affari e il cosiddetto benessere, che tutti vorrebbero accrescere senza curarsi della propria salute e di quella del nostro pianeta. L’infrastruttura di gran lunga più estesa e più massiccia sulla terra è quella che fornisce i combustibili fossili. È obsoleta e va smantellata, ma bisogna agire da più fronti. I flussi finanziari globali, ad esempio, devono essere deviati dai combustibili fossili e reindirizzati verso le fonti di energia rinnovabile, verso un sistema economico globale ripensato, ma anche verso misure di adattamento ai cambiamenti climatici, ormai non più evitabili, e di riparazione dei danni e delle perdite, soprattutto nel sud del globo terrestre. Tutto ciò può essere avviato anche su piccola scala: quante più comunità, imprese, città, regioni e Stati si allontaneranno il più velocemente possibile dai combustibili fossili, minori affari potrà compiere l’industria petrolifera.

Ma si può davvero parlare di cambiamenti climatici? Si sente spesso dire che nella storia non sono mai mancati periodi climatici radicali, più o meno lunghi.

Nella scienza la terminologia è molto chiara: i cambiamenti climatici e la variabilità climatica sono due cose diverse. Ci sono state, e ci sono tuttora, molte variazioni cicliche del clima, causate essenzialmente da modificazioni più o meno lunghe nella regolare attività solare e nell’orbita terrestre. Le conosciamo e possiamo calcolarle con estrema precisione con milioni di anni di anticipo o di ritardo.

Per cambiamento climatico, invece, si intende un cambiamento dello stato energetico proprio del sistema climatico, che attualmente sta registrando un aumento rapido e costante riconducibile solo ed esclusivamente all’attività dell’uomo. In tale contesto, le eventuali variazioni climatiche non possono che risultare di volta in volta amplificate.

La variabilità del clima è un fenomeno che è sempre esistito, ma i cambiamenti climatici in atto sono unici nella storia recente del nostro pianeta. E anche se la terra nel suo lontano passato geologico ha modificato il suo stato energetico, il passaggio da uno stato all’altro non è mai stato così repentino come quello provocato ora dall’uomo. Il ritmo è così veloce che nessun ecosistema – umano, vegetale, animale – è in grado di adattarsi. La scienza elabora ipotesi e soluzioni per un eventuale adattamento a 1,5 gradi, ma constata altresì che alcuni sistemi hanno già perso la loro capacità di adattarsi.

Di certo c’è qualcosa che il singolo può fare per tutelare l’ambiente e risparmiare le risorse, ma è abbastanza? Non c’è bisogno anche di un’azione unitaria da parte di politica ed economia?

Nessuno salverà il mondo da solo, possiamo farlo solo insieme. Anche se non tutti si uniranno a noi, più saremo, maggiori saranno le possibilità di fermare il cambiamento climatico. Certo, si sarebbe dovuto fare già molto tempo fa, e in questo passaggio dobbiamo stare molto attenti a non mandare in pezzi la società. Ma un ripensamento globale è necessario.

Tutti i decisori coinvolti devono finalmente comprendere la gravità della situazione e fare le scelte giuste, scelte che possono anche risultare dolorose data l’urgenza in cui ci troviamo. L’unica via è quella di una profonda trasformazione sociale. In tal senso esistono già modelli e proposte scientifiche che prevedono una distribuzione equa della ricchezza e il riequilibrio dell’uomo e del suo ambiente. Gli Obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite, ad esempio, mirano a questo. Si tratta anche, in ultima analisi, di riconoscere che l’aumento della ricchezza che porta al benessere parte sempre da una situazione di mancanza, e che nella società industriale dell’Occidente il benessere comune non progredisce più ormai da decenni. 

Una spinta ad agire nel nostro piccolo può venirci da questi numeri: 5 km percorsi in auto causano 1 kg di CO2, che provoca a sua volta lo scioglimento di 20 kg di ghiaccio sulle cime. Ovviamente, la società deve rimanere “mobile”, ma utilizzando mezzi diversi dalle quattro ruote. È necessaria una rete di trasporti pubblici efficiente, alimentata da energie rinnovabili.

Abbiamo sentito la verità nuda e cruda. C’è anche qualche buona notizia o un barlume di speranza che possa motivarci all’azione? È possibile fermare il cambiamento climatico? E se sì, come?

Bloccarlo del tutto è la priorità assoluta. Possiamo ancora fermarlo, ma solo tirando alla svelta il freno d’emergenza, il che significa portare a quota zero le emissioni di gas serra, con tutte le conseguenze per la società, che dovrà inevitabilmente modificare i suoi stili di vita.

Se l’umanità porrà fine a questo consumo sfrenato di energia e di risorse e se ci sarà una giustizia economica ed ecologica a livello globale, allora ci sarà ancora speranza e non dovremo rinunciare alla possibilità di fermare il riscaldamento globale. E c’è speranza che le persone si rendano finalmente conto che non possiamo più affidarci solo a soluzioni tecniche, dal momento che non abbiamo abbastanza tempo per svilupparle e attuarle. Quando avremo fermato il cambiamento climatico, allora potremo tornare a lavorare sulle soluzioni tecniche che permetteranno alla società globale di godere di un benessere comune.

Oggi si celebra la Giornata mondiale dell’ambiente. Quale ultima riflessione personale vorrebbe lasciarci?

Se guardo all’ambiente dal punto di vista climatico, ma anche sociale e dell’ecosistema, allora il motto per tutti noi non può che essere questo: “non arrendersi, restare uniti e agire alla svelta”, senza però avere la sensazione di dover rinunciare a qualcosa. Non si tratta di fare delle rinunce, si tratta di rimodellare le nostre abitudini quotidiane, il che può anche portare a una qualità di vita molto più elevata di quella attuale. Il punto non è avere qualcosa in più o qualcosa in meno, ma raggiungere qualcosa di diverso, che alla fine può avere come risultato un benessere maggiore.

Leggi anche